sabato 15 agosto 2009

undicesima dopo Pentecoste

Non erano certo anni facili quelli in cui visse Elia. Il Regno di Davide, alla morte di Salomone, era stato spartito in due e i successori, sia in Israele che in Giuda, spesso dimenticavano la loro vocazione al servizio della Nazione e spadroneggiavano sul gregge loro affidato. Allora come sempre, non c’è modo migliore per togliere la libertà a un popolo che spezzare il filo della memoria, strappargli il passato e poi rubare anche il futuro svuotandolo di senso e ripiegando le persone sui bisogni più materiali, costringendole a volare basso, non oltre l’orizzonte del quotidiano. E così i re costruivano altari agli dei per far dimenticare il Dio della libertà che aveva sancito la sua Alleanza con Israele sul Sinai e si circondavano di falsi profeti che storcevano le cose future per accontentare i desideri dei potenti. La pagina di oggi ci presenta Elia contro questi profeti della regina Gezabele in una disputa accesa, che in alcuni passaggi diventa quasi pantomima, commedia non senza ironia tagliente. C’è da dire però che Dio non gli aveva ordinato anche di sgozzarli come accade qualche riga dopo il brano di oggi tanto che quei canali scavati dalla gente convenuta, secchi d’acqua, si riempiono di sangue. Non solo, Elia capirà più avanti, sull’Oreb, quando Dio si rivelerà a lui nel mormorio di un vento leggero, segno che il Signore non giustifica mai la violenza ma si rivela sempre nella debolezza, di non essere davvero così solo come crede: Dio ha riservato in Israele un popolo numeroso a lui fedele, circa settemila persone.
Mi sembra che la Liturgia della Parola di oggi metta in luce due nodi su cui riflettere: da una parte l’infedeltà e il tradimento dell’uomo che piega al suo volere la Parola e la svuota dal di dentro e dall’altra la testardaggine di Dio nel costruire il suo Regno anche ribaltando dal di dentro il Male e trasformandolo in bene.
Questi due punti li troviamo anche nelle altre due letture: Paolo nell’Epistola, con uno sguardo che va in profondità rispetto all’apparenza, uno sguardo – mi piacerebbe dire – teologico, rilegge il rifiuto del Vangelo da parte d’Israele come un’occasione provvidenziale per annunciare il Regno anche alle Genti. Il Cristianesimo è approdato nel mondo occidentale, oltre i confini d’Israele, grazie proprio alle tante ostilità che gli Apostoli, e Paolo con loro, hanno incontrato nelle comunità ebraiche. Di solito Paolo approdava in una terra con un gruppo di missionari e il primo annuncio della Morte e Risurrezione del Cristo Gesù era riservato alle sinagoghe. Molto spesso venivano cacciati da qui e allora il Vangelo veniva raccontato sulle piazze e nelle case a gente pagana che invece si convertiva: occasione perduta per gli ebrei trasformata in provvidenziale occasione dallo Spirito di Dio.
E Gesù nel Vangelo, con la parabola dei vignaioli omicidi, raccontata nel Tempio pochi giorni prima della sua croce, sembra confermare quanto detto prima: Dio in Gesù costruisce il suo Regno anche con un Popolo che non appartiene alla radice d’Israele.
Potremmo aprire qui un esame di coscienza e chiederci quando anche noi, che siamo i destinatari ultimi del Vangelo, chiamati a edificare con la nostra Fede, Speranza e Carità il Regno di Dio ci comportiamo come quei vignaioli, da contadini chiamati a partecipare del Regno ci trasformiamo in cinici detentori e chiudiamo le porte del nostro cuore allo Spirito e uccidiamo in noi la presenza di Gesù perché crediamo di riuscire a farne a meno per essere felici, perché ci spaventa la sua proposta. Magari siamo bravi a ostentare la nostra religiosità ma in realtà siamo aridi e sterili e la nostra testimonianza non è coraggiosa ma tiepida, non sfida il mondo di oggi ma ci arrocchiamo nei nostri privilegi, non osiamo parlare di Gesù alle nuove generazioni e costruiamo verso di loro una barriera invalicabile da una parte e dall’altra.
Preferisco però porre l’accento sulla cocciutaggine di Dio nel portare avanti il suo disegno con noi e a volte nonostante noi, con la sua Chiesa e, talvolta, mi fa male dirlo, nonostante la sua Chiesa.
Dio ha preso il suo Figlio, scartato dal suo popolo come una pietra inutile, e lo ha risuscitato e lo ha reso testata d’angolo, pietra che dà l’intonazione all’ordine di una nuova costruzione. Dio continua a costruire così il suo Regno raccogliendo nella sua bisaccia tutte le pietre che noi scartiamo perché le consideriamo inutili e le pone a fondamento di un nuovo mondo. Se penso alla storia della Chiesa, mi vengono in mente tanti santi che hanno sofferto molto anche per la Chiesa perché non riconosciuti come segno profetico dello Spirito: Francesco e il suo amore appassionato per Madonna Povertà, Bernadette e le apparizioni della Vergine a lei che era la più piccola e la più stupida di tutte le bambine di quel borgo oscuro di Lourdes di fine 800, Giovanni Bosco e la follia della santità proposta ai giovani nell’allegria dell’oratorio, Padre Pio e la fedeltà al Vangelo consumata nel nascondimento di un paese sprofondato nel sud Italia con la dedizione alla confessione e all’Eucarestia e ancora don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, p. David Maria Turoldo… e quanti ancora oggi. Stiamo attenti a quando come Chiesa, come comunità, come singoli scartiamo da noi i più poveri e quelli che giudichiamo incapaci di accogliere il Vangelo perché Dio non ragiona così, non guarda alle apparenze ma al cuore. Troppi sono quelli che noi mettiamo ai margini: dagli stranieri ai giovani più in difficoltà. Come sarebbe bello se la nostra comunità mettesse i poveri non a margine, non come destinatari ultimi di tanti progetti ma sempre un gradino sotto, ma al centro per il loro riscatto e progressivamente come sarebbe bello se iniziassero ad assumersi piccole o grandi responsabilità.
C’è una speranza però che conclude il nostro discorso: Dio non si spaventa dei nostri errori e neppure dei nostri peccati. Sa prenderci invece per mano e, nella sua Grazia, si serve anche del nostro Male per innalzarci alle vette della santità: un Dio così io non lo voglio più lasciare!

venerdì 14 agosto 2009

Assunzione di Maria al Cielo


Guardiamo a Maria, nostra speranza.
È bello oggi ritrovarci in preghiera accanto a lei, che è madre e sorella nostra.
Il mistero che celebriamo è molto semplice e radicato nella nostra fede da tanti secoli, anche se solo nel 1950 Pio XII lo ha reso dogma: non poteva restare nel sepolcro la Madre di Dio; chi portava in sé la Vita non poteva conoscere la corruzione della morte ed ora è in Cielo in anima e corpo. Oggi guardiamo a Maria come la Madre della Gloria, come la Regina degli Apostoli che fa festa in cielo. E questo sguardo su di lei è anche una speranza grande per noi: anche noi non siamo destinati alla morte, al buio, al silenzio ma alla Vita, alla luce, alla gioia della festa del Cielo. Dunque non celebriamo un privilegio di Maria ma anticipiamo un destino: la vita senza fine.
Ora vorrei però chiedermi di quale pasta è fatta la fede di Maria e cosa può dire anche alla nostra fede. Perché se il Paradiso è la meta comune, comune deve essere al suo anche il nostro cammino. Maria non è solo Madre della Chiesa ma anche Sorella di ognuno, pronta con le sue mani a raccoglierci dai nostri tanti sentieri e a indicarci le sue orme perché possiamo farle nostre.
Maria è stata Vergine fedele, la Vergine dell’ascolto.
Oggi la pagina della Parola la immortala nella gioia dell’incontro con Elisabetta. Maria aveva ascoltato l’annuncio dell’Angelo, aveva dato il suo sì nella gioia di sentirsi prediletta, amata, scelta, chiamata a partecipare all’orizzonte della salvezza per il suo popolo. E ora la gioia ha spinto i suoi passi e li ha resi agili sui monti della Giudea per raccontare lo straordinario nell’ordinario avvenuto in lei ad una donna che sola avrebbe potuto comprendere quell’accadimento: Elisabetta, sua parente, madre anche lei in modo del tutto straordinario, segno di un Dio che è Signore dell’impossibile. E davanti a lei si scioglie, come una danza, il cantico in cui Dio si rivela come colui che ribalta già qui e ora le sorti dei poveri e degli umili per innalzarli nella sua Grazia.
Maria, nel suo canto, si rivela donna dell’ascolto, capace di vedere nella sua vita avverata la Parola a lungo conosciuta e meditata. E anche a noi lei insegna che una fede vera non può prescindere dall’ascolto della Parola. La vera preghiera a un certo punto è tacere, consegnarsi a Dio e ascoltare la sua Parola. La Parola si fa grammatica per la nostra vita, è l’indice che scorre sotto i risvolti di ogni palpito della nostra esistenza per interpretarli e dare ad essi un senso, un orizzonte, un perché. Nell’ascolto sta la chiamata a non perdere nemmeno un attimo della nostra vita e a darle forma nella vocazione all’amore. Mi piace però pensare che Maria non abbia ascoltato solo le parole del Libro ma anche sia stata capace di mettersi in ascolto ed interpretare le pagine aperte della vita della sua gente in cui si ritrova la presenza di Dio. Anzi, Maria, perché ascoltava il suo Signore, era capace di ascoltare e farsi accogliente verso il grido della gente che le stava accanto. Maria non era indifferente al grido dei poveri, alla sofferenza della sua gente schiacciata dal Potere dei grandi di questo mondo, non le era estraneo il desiderio di vedere l’alba di un’era nuova, quella del Messia. Mi piace pensare che questa passione per l’ascolto Maria l’abbia insegnata anche a Gesù che aveva una Parola capace di illuminare il cuore come un lampo nel cuore della notte proprio perché prima era capace di fermarsi in ascolto del Padre suo e della sua gente.
Maria però, nella sua vita. è stata anche Madre del dolore, sa bene cosa sia il buio della fede e la notte dello Spirito e anche il dramma della croce, della morte e della tentazione della disperazione. Maria ha dovuto presto abituarsi al fatto che la fede non è fatta solo di slanci, di festa e di consolazioni ma anche di fedeltà rosicata giorno dopo giorno, di salti nel buio, di deserti lunghi e silenziosi in cui Dio sembra non esserci o che non voglia rivelarsi. Maria poi sa cosa significa il Male che si avventa sul Bene e sembra consumarlo, distruggerlo, annientarlo. Maria sa cos’è la notte della disperazione e sa che Dio però non lascia troppo brancolare nel buio i suoi figli perché altrimenti si perderebbero. E così Maria ci insegna che se nel cammino della nostra fede anche noi incontriamo l’ostacolo, la paura, la tenebra, se anche noi non vediamo oltre la croce di ogni giorno o non sentiamo più la voce di Dio non siamo sulla cattiva strada ma stiamo percorrendo il deserto che è solo la tappa intermedia alla gioia, quella vera. La sua mano stretta alla nostra, se anche noi siamo nel dolore, ci fa sentire che, come lei per Grazia, ce l’ha fatta a sfidare la vita e a vincere la battaglia, anche a noi Dio non nasconderà a lungo il suo volto e capiremo che il dolore non arriva mai inutile ma come un crogiuolo in cui il nostro cuore viene provato con il fuoco per purificarsi. Se vogliamo anche noi attraccare e gettare l’ancora della nostra vita in Cielo, per arrivare alle stelle, non possiamo non passare dalla strettoia aspra del cammino della vita. Per aspera ad astra dicevano gli antichi. La festa di oggi guarisce il nostro sguardo miope e lo allunga oltre l’orizzonte della sofferenza del presente: il Dio che abbiamo incontrato nell’ascolto non ci abbandona nell’ora del dolore e ci attende nel suo abbraccio.

domenica 9 agosto 2009

decima dopo Pentecoste

Diceva un grande monaco del secolo scorso, Dossetti, che la preghiera è l’opera più difficile che si possa compiere e che, a dispetto di molti che credono di saper pregare, in realtà solo pochissimi sono capaci di farlo.
Forse la sua era un’esasperazione delle cose, ma certo è che la preghiera cristiana ha una posta in gioco altissima: è la relazione fra il nostro io più profondo e il Padre di Gesù. E in questa relazione che si fa abbraccio nello Spirito, la nostra vita si modella a immagine del Figlio. La Liturgia della Parola di oggi mette in luce il tema della preghiera e sarà bene che le provocazioni che essa ci consegna ci interroghino anche fuori di qui e lungo tutta la settimana per aiutarci e per trasformarci in persone di preghiera secondo il Vangelo.
Anzitutto la Prima Lettura. Salomone trasferisce l’Arca dell’Alleanza, che aveva avuto dimora prima di allora sotto la Tenda, nel Tempio che lui ha fatto erigere. Dopo la solenne processione e l’insediamento, il Tempio si riempie della Nube divina segno della Presenza di Dio. L’uomo ha costruito con le sue mani il Tempio e Dio decide di abitarci ma quello è solo il Segno della sua presenza, l’Arca è solo il ricordo di un’Alleanza stretta con il suo popolo – la Parola è tagliente nel dirci che in quell’arca trattata con tanta solennità in realtà non c’era nulla se non le tavole di pietra – ma poi i conti si tirano fuori da lì, nella storia di ogni giorno, nella coscienza di ogni credente che è chiamato a rispettare le Legge e a metterla in pratica come cammino di santità.
Anche la 2 Lettera ai Corinti, scritta nel vivo di una polemica fra Paolo e la sua comunità a proposito della buona condotta di vita e sulla fedeltà al Vangelo che lui ha annunciato, ci ricorda che il vero culto si celebra in una vita santa che non si compromette con le tenebre, che non fa sconti al Male in noi e attorno a noi.
E infine la pagina di Vangelo di Matteo suggella tutto questo discorso. Gesù non perde le staffe contrariamente a quello che si pensa, non ha uno scatto d’ira. Pone un’azione simbolica e conosce le conseguenze a cui andrà incontro. Il Tempio deve tornare ad essere casa di preghiera e non può essere un rifugio per ladri: è la citazione testuale di Geremia che accusava il suo popolo di doppiezza; nella vita di ogni giorno si permetteva di frodare, di commettere ogni sorta di ingiustizia e poi pensava di presentarsi davanti a Dio come se lui non vedesse, come se lui non conoscesse i cuori, come se lui non pretendesse coerenza. E Gesù in quel Tempio fa le opere di Dio: guarisce i malati e predica la venuta del Regno. La conseguenza è una rapida accelerazione alla condanna e alla morte di croce perché la sua Parola dà fastidio perché esige radicalità e conversione. È più facile metterlo al bando, credere che la sua sia una follia piuttosto che accogliere la sua provocazione e cambiare rotta.
Cosa dice a noi questa Parola. Penso anzitutto che sia un richiamo alla nostra vita di fede. La preghiera è strumento di dialogo con il Padre. Sottolineo la parola dialogo. A volte noi scioriniamo lunghi monologhi ma difficilmente ci mettiamo in ascolto. La Parola dice: parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta e noi ci troviamo invece, in pratica, a dire, taci, Signore, perché il tuo servo deve parlare! Ad un tratto dobbiamo lasciar parlare Dio al nostro cuore, la preghiera deve farsi ascolto della Parola se veramente deve cambiare il nostro cuore. La forza della preghiera sta tutta nella sua capacità di convertirci. I primi a cambiare, mentre preghiamo, dobbiamo essere noi. La preghiera non cambierà mai il mondo se noi non siamo i primi a invertire la rotta e a mettere nella storia tutto il nostro impegno e la nostra forza per renderla più simile al Regno di Dio. E allora dalla preghiera sorgerà un nuovo modo di relazionarci con noi stessi, ci renderà prossimo di chiunque. La preghiera pretende di cambiare il nostro rapporto con il mondo, detta le condizioni per il nostro pensiero politico e anche economico. La preghiera ci renderà simili in tutto, ognuno con la sua vocazione, a Gesù e saremo sua immagine qui e ora. La verifica della nostra preghiera rimane dunque la vita di ogni giorno e la coerenza che avremo saputo mettere in ogni sfida. Approdo della preghiera non può che essere la Carità. Sul tema della coerenza siamo parecchio incalzati da chi non crede o ha deciso di non praticare più per i motivi più svariati. A volte è un appello recondito alla santità quello di chi dice di non venire più in chiesa perché è rimasto ferito dall’incoerenza dei credenti. Ma cosa direbbero se noi per primi trasformassimo la nostra preghiera in una vita che nel suo piccolo si fa luce e sale per il mondo?
E infine la Parola di oggi ci interroga anche sulla celebrazione che stiamo compiendo. Siamo qui non per assolvere un precetto. La Messa non ha nessun valore se non spacca il nostro cuore di pietra e non ci rende insieme comunità profetica per il presente, se non ci rende Corpo di Cristo qui e ora, capaci di porre i segni che lui ha saputo dare di relazione profonda con il Padre e di guarigione per l’umanità ferita. La Messa non è un rifugio mistificatorio, il profumo d’incenso e la melodia dei canti non sono capaci di confondere il nostro Dio. Quello che ci è chiesto è di aprirci alla Parola e poi di lasciarci portare in alto dalla capacità che ha avuto Gesù di dare la sua vita e di amare sino alla fine perché anche noi ne seguissimo le orme.

sabato 1 agosto 2009

nona dopo Pentecoste

Ho pensato di intermezzare il mio commento alla Liturgia della Parola di oggi con una poesia del 1946 di Madeleine Delbrel che si intitola Il ballo dell’obbedienza

E' il 14 luglio./Tutti si apprestano a danzare./Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza./Ondate di guerra, ondate di ballo./C'è proprio molto rumore./La gente seria è a letto/ I religiosi dicono il mattutino di sant'Enrico, re./Ed io, penso/all'altro re./Al re David che/danzava davanti all'Arca./Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,/ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,/tanto erano felici di vivere…/Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza/della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero,/di conoscerti con aria da professore,/di raggiungerti con regole sportive,/di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.
C’è un che di follia negli uomini e nelle donne di fede. Penso al re Davide nell’episodio che la lettura di oggi ci presenta; penso a Paolo e alla sua convinzione di essere un piccolo strumento nelle mani di Dio: tanto più guarda alla sua debolezza tanto più si sente adatto alla missione perché si rivelino solo la Grazia e la Potenza di Dio; e penso a Gesù, anche lui folle nel seguire la strada della croce e testardo nel proporre la sua follia a tutti quelli che hanno deciso di stragli dietro, nel volere che noi uniamo il nostro destino al suo nella logica sconvolgente di una vita giocata in pura perdita di se stessi per conquistare il Regno. Una via che ha all’apparenza il sapore amaro della sofferenza ma, oltre questa, contiene il segreto della felicità che sta tutta nell’essere fuori di sé, estatici d’amore per il Padre e folli nella carità verso tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada. E così è stato per tanti santi di ieri ma anche di oggi. Ma se pensiamo anche alla nostra esperienza, a chi ci ha trasmesso la fede con coraggio e decisione, non possiamo non riconoscere in loro una follia che li proiettava oltre gli schemi del quotidiano, una capacità di prendere in mano la vita e leggerla alla luce di una sapienza più grande di quella del mondo, li sosteneva una speranza incrollabile oppure li guidava un amore davvero disinteressato che in noi ha lasciato un segno indelebile. Come sarebbe bello se lo Spirito, che scende in abbondanza su di noi in questa celebrazione, oggi ci afferrasse e ci mettesse in cuore la voglia di danzare, la voglia di inventarci un modo nostro singolare e allegro per dire la gioia della nostra fede che talvolta davvero sembra l’amore di un matrimonio invecchiato senza slanci, senza calore!

Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,/non occorre sapere dove la danza conduce./Basta seguire,/essere gioioso,/essere leggero,/e soprattutto non essere rigido./Non occorre chiederti spiegazioni/sui passi che ti piace di segnare./Bisogna essere come un prolungamento,/vivo ed agile, di te./E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l'orchestra/scandisce./Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,/ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco./Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di/camminare./Ma non sarebbero che passi da stupidi/se la musica non ne facesse un'armonia./Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,/Signore, vieni ad invitarci.
Certo che ora qualcuno potrebbe obiettare a quello che ho detto fin d’ora dicendo che mi manca il senso pratico, che sarebbe troppo bello se la vita fosse una danza e tutto fosse sempre ritmato dall’armonia e dalla positività. In effetti il quotidiano è sempre pieno di incognite, di croci e di fardelli spesso pesantissimi che tolgono la felicità: col passare del tempo i sogni si assopiscono, i problemi aumentano, ci sentiamo insicuri come in un mare in tempesta sballottati dalle onde di mille difficoltà soprattutto se si affacciano all’orizzonte le nubi della malattia o della morte. Nessuno nega tutto questo. Gesù, nel suo Vangelo, oggi, parla di croce e di strada in salita. Ma la nostra fede non trasforma il brutto in bello, la sofferenza in gioia, non fa della nostra vita una spensierata bevuta di acqua e zucchero! Ci dice che la croce è solo il preludio della gloria e alla fine conta l’amore che hai messo nell’obbedienza alle sofferenze del quotidiano. E questo ci dà una gioia di fondo che nulla può turbare come i fondali del mare che rimangono calmi anche quando in superficie si scatenano le tempeste più violente. La fede non fa di noi degli estranei alle sofferenze del mondo, solo ci dona il segreto per non perdere la speranza e per non smarrire l’essenziale. Si può continuare a danzare solo se si accetta che sia Dio a darci il ritmo e noi non smettiamo di stare al suo passo. E allora tutto avrà un senso: quelle volte che procediamo in avanti e quelle volte in cui ci sembra di indietreggiare ma in realtà stiamo andando solo più a fondo della nostra vita, quelle volte in cui entriamo nel buio e ci sembra di non capire più nulla ma in realtà ci accorgiamo che Dio non ha mai smesso di abbracciarci, quelle volte che la musica sembra finita e in realtà si dipana per noi un’altra occasione.

Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare,/questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in/cui avremo sonno./Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,/quella del caldo, e quella del freddo, più tardi./Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo/che sono tristi;/Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo/che sono logoranti…/Facci vivere la nostra vita,/non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato,/non come una partita dove tutto è difficile,/non come un teorema che ci rompa il capo,/ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si/rinnovella, come un ballo,/come una danza,/fra le braccia della tua grazia,/nella musica che riempie l'universo d'amore./Signore, vieni ad invitarci.
La vita è fatta di croci piccole e grandi. Quelle che noi consideriamo spesso inutili perdite di tempo mote volte sono le occasioni per testare il nostro amore per Dio e per i fratelli, per capire se davvero abbiamo imparato a vivere in perdita, al ritmo del Vangelo, oppure siamo tenacemente legati alle nostre cose, chiusi nel nostro egoismo e magari perennemente in attesa dell’occasione giusta per amare che, molto spesso, non arriva mai! Signore, vieni ad invitarci! Ogni giorno noi siamo pronti costi quel che costi la nostra vita, fuori dalla tua danza, è solo inutile tappezzeria!

sabato 25 luglio 2009

Ottava dopo Pentecoste

C’è differenza fra abitare la terra e possederla. Nel primo caso la memoria al Dio che te l’ha messa fra le mani è viva e senti tutto come dono suo. Nel secondo caso ti dimentichi di Lui e inizi a piantare i paletti della tua prepotenza e quello che era dono diventa dovuto. La Parola di questa domenica ci obbliga a sostare sulla sete di potere dell’uomo contrapposta all’esempio del nostro Dio che è dono di sé in totalità, che chiama Onnipotenza l’Amore senza risparmio.
Israele vende, assieme alla fede nel Dio dei suoi padri, la sua libertà per servire gli dei di quella terra a lungo sognata e conquistata con tante difficoltà. In fondo l’idolo tace, va solo adorato, è la proiezione dei nostri desideri più reconditi e acconsente alla nostra fame di potere. Israele abbandona Dio ma Dio non riesce a dimenticare la sua eredità. È la luce fioca eppure gravida di speranza della pagina della Scrittura di oggi. Dio non riesce a tapparsi le orecchie di fronte al grido disperato di Israele e invia di tanto in tanto dei Giudici che lo raccolgano dalla dispersione e lo guidino fuori dall’abisso. È un Dio incredibilmente geloso il nostro, terribilmente passionale, che arriva a pronunciare minacce ma ha viscere di misericordia come una madre e un padre per il loro bambino quando, per la voglia di essere grande, si caccia in qualche brutto guaio e loro sono lì, pronti a raccoglierlo.
È l’atteggiamento che ha Paolo verso la sua comunità di Tessalonica: come una madre raccoglie i suoi sotto le sue ali; come un padre non manca di dare indicazioni con fermezza e autorevolezza. In più, dell’Epistola, c’è da dire, che anche Paolo probabilmente ha sentito ad un certo punto la tentazione di spadroneggiare sulla sua comunità, di essere autoritario e non solo autorevole, ma l’ha superata perché amava Cristo e ha fatto delle sue orme il sentiero costante da seguire, anche al prezzo durissimo di sofferenze e di tradimenti da parte della sua gente.
La sete di potere ad un tratto afferra i discepoli di Gesù. La cosa forse più inquietante che il contesto di questa pagina ci consegna è che la domanda di Giacomo e di Giovanni nasce quando Gesù ha già annunciato la sua Passione e la sua morte. Loro sapevano di essere in un certo senso i prediletti dal Maestro, che aveva dato loro il soprannome di figli del tuono e che spesso aveva condotto con sé e Pietro in disparte. Ma, ora che il loro Maestro stava per essere tolto di mezzo e si era probabilmente aperta la corsa alla sua successione, volevano un riconoscimento pubblico della loro autorità. E questo scatena decisamente le ire degli altri…e come dare loro torto? Ma, nell’insieme, quanta povertà di cuore, quanta mediocrità! Di questa pagina però mi colpiscono sempre due cose: la pazienza con cui Gesù ricomincia daccapo a tessere nel cuore dei suoi discepoli la trama del Vangelo che si oppone a tutte le logiche di questo mondo e poi certamente ci commuove, a distanza di tempo, che uno ad uno tutti i discepoli, dopo la Risurrezione, davvero hanno saputo bere al calice della Passione e hanno saputo immergersi nel loro Battesimo di sangue, segno che gli insegnamenti del Maestro non sono andati perduti e che hanno capito che il Regno di Dio, per attecchire, ha bisogno di povertà, nascondimento, umiltà e croce.
All’improvviso, forse perché non ti basta più vivere di sogni, forse perché hai iniziato a provare paura, forse perché senti su di te il peso della frustrazione che la vita non risparmia, inizi a stringere il pugno e a volere conquistare ricchezza, fama, vuoi possedere chi ti sta intorno e credi che questo basti ad appagare la sete di felicità che tutti ci portiamo nel cuore.
Non c’è uomo che non abbia sentito almeno una volta nella vita su di sé la seduzione del potere. Dai tempi del Giardino ci affascina l’idea di essere onnipotenti e crediamo con la nostra orgogliosa autoreferenzialità di riuscire ad essere come Dio. E quando la relazione con lui inizia ad essere troppo esigente, quando lo avvertiamo come un rivale nella nostra corsa al potere, si decide di abbandonarlo e di costruirsi altri dei, a immagine nostra.
Il potere ha la forza di un idolo sul cui altare puoi arrivare a sacrificare il meglio di te stesso e anche la vita di chi ti sta intorno. I grandi di questa terra spesso scambiano il servizio a cui sono chiamati nel gestire il potere con il delirio di onnipotenza.
Ma anche la Chiesa non è immune da questa tentazione e spesso si lascia più affascinare dai segni del potere piuttosto che vivere il potere dei segni ed essere così credibile e coerente con il vangelo che annuncia. Dobbiamo sognare e costruire ancora una Chiesa libera e che cammina sulle orme del suo Maestro di Nazareth, il crocifisso risorto, piuttosto che, per paura di perdere e di affrontare il mare in tempesta di questi anni complicati da interpretare, arrenderci ad una Chiesa complice del potere di questo mondo e che gioca la sua partita dentro ai palazzi dei potenti. Su questo punto il Vangelo davvero non ci permette sconti o scorciatoie interpretative.
Ma penso anche alla nostra comunità. Spesso ci sono lotte di potere al limite del ridicolo e del patetico per spartirsi compiti e spazi e quello che era un sevizio diventa un’occasione per fare bella mostra di sé, e quello che era un’occasione di testimonianza diventa un campo di battaglia che fa scappare scandalizzato chi si avvicina.
Abbiamo ancora bisogno che Gesù ci mostri come si fa ad amare senza trattenere ecco perchè siamo qui a Messa: converti a te, Signore i nostri cuori e mostraci il sentiero della Carità senza confini che è vivere in pura perdita di noi stessi ma, lo crediamo, solo così saremo uomini davvero realizzati e contagiosi di beatitudine.

domenica 19 luglio 2009

settima dopo pentecoste

La nostra corsa lungo le pagine della Scrittura prosegue in queste domeniche del tempo dopo Pentecoste e oggi facciamo sosta con Israele che, sotto la guida di Giosuè, è impegnato nella battaglia di Gàbaon, una delle tante per conquistare e trovare stabilità nella Terra promessa da Dio. Il sole e la luna si fermano per un intero giorno: Dio si impegna in prima persona per garantire vittoria al suo popolo. È un Dio che non sta sicuro sulle retroguardie; non lo precede neppure oltre risparmiandosi la fatica della lotta, come chi si sottrae al pericolo, come chi si considera diverso e non si sporca le mani con i problemi della sua gente: sta in mezzo, dove la battaglia impazza, dove il pericolo è in agguato e il nemico si fa insidioso e proprio la sua presenza permette al popolo di alzare la testa e gli dà il coraggio di combattere sino alla fine. A questa pagina fanno eco le altre letture; anzitutto Paolo ai Romani ribadisce che nulla potrà mai separarci dall’Amore di Cristo. E in quell’elenco così intenso, in un crescendo commovente, Paolo elenca le difficoltà che lui in prima persona ha dovuto affrontare per vincere la battaglia dell’annuncio del Vangelo e da cui ne è uscito vincitore, sempre più testardamente innamorato di Cristo. E poi il brano di Vangelo di Giovanni in cui Gesù, durante il discorso di addio dell’ultima cena, mette in guardia i suoi dai pericoli e dalle tribolazioni che dovranno affrontare nel suo nome, perché sappiano che cosa li attenderà, quasi per condividere con loro il suo stesso destino di croce, perché non fuggano di fronte alle prime difficoltà, perché un servo non è più grande del suo Maestro. Ma a chi persevererà sino alla fine sarà dato di condividere il Regno, la Gloria della Risurrezione, la vita in pienezza che è la comunione con il Padre.
Quali spunti per la nostra storia ci suggerisce la Liturgia della Parola di questa domenica, quali intuizioni per il nostro cammino, e ancora a quali vene d’acqua freschissima attingere per proseguire sul nostro itinerario di fede.
Penso anzitutto che dobbiamo anche noi fare i conti con la dura parola della croce: se hai deciso di seguire Cristo non puoi risparmiarti dalla battaglia, se pensavi di trovare pace in realtà con lui ti trovi nella tribolazione, se pensavi di vivere tranquillo forse non hai ascoltato bene il Vangelo o non hai iniziato a metterlo in pratica. La Parola è come un fuoco che inizia a bruciare dentro, che non sfuma i contorni delle cose ma li esaspera, che non edulcora la realtà ma alza il velo delle sue contraddizioni, essere discepoli di Gesù significa trovarsi a fare i conti con una sensibilità esasperata che fa soffrire per ogni ingiustizia o ipocrisia, significa avere il cuore ferito a immagine del suo, significa diventare accoglienti all’estremo e fare largo ad ogni problema che bussa con insistenza alle tue porte, significa scendere in battaglia ogni giorno per conquistare un pezzo di Regno e per seminare comunque la Parola che salva. La prima vera battaglia è con se stessi, con le ferite che ci portiamo dentro e che attendono di essere sanate, è con quella forza che ti spinge a tornare indietro e a non rincorrere il sogno di santità, è con il male che ti tenta ad ogni attimo e che talvolta ha il sopravvento. Ma poi sei chiamato a fare i conti anche con il male che sta attorno a te. Vi confesso che quando ero in Seminario spesso, a sera inoltrata, mi fermavo a guardare dall’alto della collina di Venegono le luci dei paesi poco distanti e, rare volte, si riusciva a gettare lo sguardo in là fino alla nostra città. E sognavo di essere prete immerso fra la mia gente, sognavo di essere santo e di poter facilmente condurre la mia gente a Cristo: sognavo una realtà troppo fittizia, schermata dai miei desideri più che dalla verità del Vangelo. Diventato prete, messo piede finalmente nella realtà, ho iniziato a fare i conti seriamente anche con il male che c’è nelle nostre strade, con quel sommerso che noi nemmeno immaginiamo che scorre come un fiume nero sotto le apparenze perbeniste delle nostre vite e che si chiama droga, violenza, denaro e successo, solitudine, egoismo, chiusura all’altro, il nulla che inghiotte i nostri giorni, il relativismo esasperato per cui il bene di uno diventa il bene di tutti e la realizzazione personale va perseguita anche al prezzo altissimo della vita degli altri, è un’economia che affama i poveri per rendere i ricchi sempre più ricchi. La testimonianza al Vangelo se non si unisce alla sofferenza rimane sterile e il seme per portare frutto davvero deve morire. Siamo chiamati, a immagine di Cristo che si incarna fino alle estreme conseguenze, a sporcarci le mani proprio qui e ora e a fare bene quel poco che siamo chiamati a fare. Sarà forse solo una goccia nell’Oceano ma, come diceva madre Teresa, senza di quella l’Oceano avrebbe comunque una goccia in meno
Ma non basta dire questo. Trascureremmo la Verità più forte che oggi abbiamo ascoltato se dimenticassimo di dire che nella nostra battaglia abbiamo dalla nostra parte il nostro Dio secondo la sua Promessa. A volte non lo vediamo ma perché ci è troppo accanto per scorgerne completamente i suoi tratti, è troppo impegnato a spianarci davanti la strada e noi siamo troppo attenti a poggiare bene i nostri piedi. Ma alla fine ci ritroveremo abbracciati a lui e potremo fare il bilancio e capire che anche per noi lui si è impegnato sino alla fine.
E ora stiamo per entrare nel Mistero della Pasqua dove morte e vita si sono sfidati a duello e Cristo ne è stato vincitore. E noi con lui. E per questo avremo una gioia profondissima che, anche in mezzo a tante tribolazioni, nulla potrà strapparci.

domenica 5 luglio 2009

quinta dopo pentecoste

In queste Domeniche lasciamo che il nostro cuore attinga alla storia della salvezza per sentire anche sulla nostra vita la presenza di Dio e scorgere nelle vene della nostra storia le tracce del suo passaggio
La Parola di oggi: uno sguardo sintetico
L’Alleanza di Dio con Abramo e la sua discendenza
Il commento che Paolo fa di questa pagina: la giustificazione indipendente dalle opere alla luce delle diatribe in seno alla comunità cristiana. Non conta la circoncisione della carne ma quella del cuore, conta la fede. Per Abramo la circoncisione fu solo il segno di un’Alleanza stretta. Prima viene la sua fede e la sua adesione a quella Parola che Dio gli rivolge. La benedizione di Dio è per tutte le genti indipendentemente dall’appartenenza ad un popolo.
Cristo è la porta per accedere alla benedizione data ad Abramo: siamo chiamati ad innamorarci di Gesù e a fare di lui il segreto della nostra vita.

Alcuni spunti per approfondire
Anche noi, figli benedetti da Dio
«Non molto tempo fa, nella mia comunità, ho avuto un’autentica esperienza personale del potere di una vera benedizione. Poco tempo prima che ciò accadesse avevo iniziato una funzione di preghiere in una delle nostre cappelle. Janet, una handicappata della nostra comunità mi disse: “Henri, mi puoi benedire?”Io risposi alla sua richiesta in maniera automatica tracciando con il pollice il segno della croce sulla sua fronte. Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: “no, questa non funziona. Voglio una vera benedizione!” Mi resi subito conto di come avevo risposto in modo formalistico alla sua richiesta e dissi: “Oh scusami…ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione”.Lei mi fece un cenno con un sorriso e io compresi che mi si richiedeva qualcosa di speciale. Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, io dissi: “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso”. Mentre stavo dicendo questo, non sapevo cosa Janet volesse veramente. Ma Janet non mi lasciò a lungo nel dubbio. Appena dissi “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale” lei si alzò e venne verso di me. Io indossavo un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet mi cinse tra le sue braccia e pose la testa contro il mio petto. Senza pensare, la coprii con le mie maniche al punto da farla quasi sparire tra le pieghe del mio abito. Mentre ci tenevamo l’un l’altra io dissi: “Janet voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un po’ giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te.”. Appena dissi queste parole, Janet alzò la testa e mi guardò; il suo largo sorriso mi mostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione. Quando Janet tornò al suo posto, un’altra donna handicappata alzò la mano e disse: “Anch’io voglio una benedizione”. Si alzò e, prima che mi rendessi conto, mise il suo viso contro il mio petto. Dopo che io le dissi parole di benedizione, molti altri handicappati vennero esprimendo lo stesso bisogno di essere benedetti. Ma il momento più toccante si verificò quando uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: “E io?” “Certo”, risposi. “Vieni”. Lui venne e quando ci trovammo di fronte, lo abbracciai e dissi: “John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito.” Pronunciate queste parole, egli mi guardò con le lacrime agli occhi e disse: “Grazie, grazie molte”. Quella sera compresi l’importanza della benedizione e dell’essere benedetto e l’ho intesa come il vero segno che contraddistingue l’amato. Le benedizioni che diamo gli uni gli altri sono espressione della benedizione che riposa su di noi da tutta l’eternità. (J.H. Nouwen, Sentirsi amati)
Sapere che anche noi siamo i figli benedetti ci dona le ali e ci fa sentire di fronte al nostro Dio come bambini che non devono avere paura di nulla. E poco importa delle ferite che ci portiamo nel cuore. Deve valere per noi la certezza dello sguardo pieno d’amore di Dio che è un papà buono e pieno di premure per ognuno di noi.
Credo sia importante sentire in noi la voce di Dio che ci benedice e ci apre l’orizzonte di una terra Promessa. Penso che sia importante che nella nostra comunità, aldilà delle tante parole sprecate per mille progetti, per mille dotte elucubrazioni pastorali, aldilà dell’atavica tendenza di parlarsi alle spalle e pugnalarsi sottolineando il punto debole gli uni degli altri, ci sia il coraggio di benedirsi con parole di amore autentiche che fanno sentire il potere della benedizione di Dio, di sentrisi amati proprio nelle ferite e nelle proprie zone d’ombra.
Ma la Parola di oggi ci pone di fronte anche la domanda sulla nostra fede. Credere è ben più che sapere dei principi. Credere è ben più che adesione formale a dei riti. Credere è ben più che dirsi cristiani. Credere è anzitutto un’esperienza d’amore con Gesù. Ci lasciamo amare da lui e lo amiamo a nostra volta alla follia e così veniamo sorpresi dalla sua luce.
E per questo mistero d’amore ci rapisce la voglia di essere come lui e incarnare, ognuno con la sua vocazione, ognuno con il bagaglio della sua vita, i tratti del Figlio.
Non abbiamo bisogno di cristiani di facciata ma di uomini e di donne rapiti dal Mistero di Cristo, fuori di sé per la gioia, tutti protesi a Dio, estatici, tutti protesi verso gli altri nella carità discreta di ogni giorno, estroversi.