domenica 30 settembre 2012

5 dopo il martirio del Battista - per la festa di riapertura dell'oratorio di Berni e Bono

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico...
perdonami, Gesù, se oggi, il giorno della festa del nostro oratorio, non riesco a trattenermi ma mi va di prendere il senso della tua parabola storpiando il contesto. Ti prometto che non piegherò nulla a mio piacimento e poi, lo sai bene, questa gente che ho di fronte è molto in gamba e, nel caso, sapranno cestinare questa predica senza dimenticare quanto appena ascoltato. A questi patti, non puoi negarmi l’autorizzazione…

Un ragazzo scendeva da via Teramo a via Boffalora. Potrebbe anche essere da via Mazzolari a via De Pretis o San Vigilio. Voglio parlare di un ragazzo della Barona, uno qualsiasi, come i tanti che mi capita di incrociare in oratorio, in strada, sui corridoi della scuola, sui campi da gioco. Ad un certo punto, sulla sua strada, incrociò la noia. A differenza del protagonista del tuo racconto, che senza dubbio avvertì immediatamente il dolore e la paura, il nostro ragazzo non si accorse all’inizio di cosa gli stava capitando. La noia del resto è così. Ti afferra  e poco per volta ti rende freddo, insensibile, spegne ogni piccola fiamma di passione che può dare senso alla tua vita, ti spinge a salire in superficie e a restarci. E alla fine si ritrovò incapace di credere in se stesso, gli sembrava di vivere in un eterno presente senza passato e senza futuro, gli sembrava che anche alle amicizie non si potesse dar credito fino in fondo accettando così la logica del branco. Solo nel cuore, ogni tanto, ma solo quando di notte non riusciva a prendere sonno, gli sembrava di aver dentro uno strano richiamo a qualcosa di diverso, i poeti direbbero, la voglia di felicità.
Per caso sul suo cammino passò un sacerdote. Ma sarà per la fretta di correre ad uno dei tanti impegni che riempiono la sua fittissima agenda, sarà per la scarsa creatività del linguaggio, sarà per un senso di frustrazione profondo, ma non fece altro che rimbrottarlo. Per fortuna il ragazzo non capì molto di quanto gli veniva rimproverato.
Passò anche un insegnante. Aveva un bagaglio di conoscenza tale che avrebbe fatto trasalire di entusiasmo chiunque ma i suoi occhi non brillavano più come la brace. Aveva in bocca sempre lo stesso ritornello e le sue minacce erano ormai armi spuntate. “Come faccio a credere che vale la pena spendersi per quello che mi dici se tu sei il primo che non ci crede?” sembrava dire il ragazzo con uno sguardo di sfida.
Anche un anziano si accorse di lui ma vide e, ovviamente borbottando, passò oltre. Per lui i ragazzi erano ormai un universo misterioso e a tratti minaccioso. “Ma come si fa a buttarsi via così” – pensò – quando lui, alla sua età, già lavorava e non pensava solo a divertirsi.
Insomma, quel ragazzo, come il disgraziato della parabola, per molto, troppo tempo rimase un invisibile. Chiunque passava non faceva altro che mettere un mattone al muro che lo separava dal mondo e lo sommergeva nell’abisso, lontano dai salvati.
Ma un giorno incontrò un educatore. Forse era un prete, forse un insegnante, forse solo un uomo appassionato della vita. Si fermò senza giudicare, lo ascoltò, iniziò, certo non senza fatica, ad amare quello che il ragazzo amava, sapendo che era l’unico modo per condurlo ad amare ciò che amava lui. Ci volle del tempo ma il ragazzo pian piano si sentiva più forte e iniziò a sgretolare quel muro di insoddisfazione liberando la voglia di felicità. L’educatore gli insegnò che felice è chi si lascia possedere da ciò che è infinito ed eterno. Quando vide che iniziava a camminare sulle sue gambe, quando si accorse che c’era in fondo al cuore un amore che gli restituiva la passione e il gusto delle cose, l’educatore sparì dalla sua vita per sempre. E fu felice.

Potrei fermarmi qui aggiungendo che proprio quest’ultimo è l’educatore che si fa prossimo dei nostri ragazzi. E la questione ci riguarda perché proprio dalla passione educativa, dalla qualità con cui emergono figure educative fra noi, si denota la buona salute di una comunità.
Vorrei però tenere fermi tre pensieri e regalarli a chi oggi riceve il mandato di andare ed educare a nome di tutti i nostri ragazzi…

1 parti sempre da chi incontri e non dai tuoi schemi. È più difficile perché occorre ascolto e pazienza. L’oratorio deve modellarsi in base all’esigenza dei ragazzi. Ma avremo risposto alla chiamata di essere una rete gettata sul quartiere per incontrare molti, seguire tanti, accompagnare a Gesù alcuni.   

2 il prossimo sei tu! È indelebile la traccia che puoi lasciare nel cuore di un ragazzo. Se solo ci accorgessimo del valore dei nostri sì e scoprissimo come siano, per i ragazzi, porte spalancate al Mistero di Cristo proveremmo un brivido.

3 devi lasciarti tu per primo raccogliere da una cura premurosa, quella di Gesù per te. Perché alla fine è lui solo il buon Samaritano o, se preferite, il vero educatore che guarisce la tua ansia di felicità piegandosi sul tuo bisogno.

Un’ultima idea e questa la voglio regalare ai ragazzi e ai loro genitori. L’oratorio è un coacervo a volte inestricabile di proposte e di cammini, puoi passare da qui a là come ci si muove in un grande parco cittadino. Ma lo scopo è di incidere nelle fibre più profonde del tuo essere di imprimere nel tuo cuore un marchio di fabbrica che ti porterai dentro per tutta la vita: l’amore per l’altro, amarlo al punto di mettere la sua gioia sempre prima della tua. È anche il senso della fede.
Buon inizio a tutti, allora!

sabato 22 settembre 2012

4 dopo il Martirio del Battista

Un uomo si era perduto nel deserto e si trascinava da due giorni sulla sabbia infuocata. Era ormai giunto allo stremo delle forze. Improvvisamente vide davanti a sé un mercante di cravatte. Non aveva con sé nient’altro: solo cravatte. E cercò subito di venderne una al pover’uomo, che stava morendo di sete. Con la lingua impastoiata e la gola riarsa, l’uomo gli diede del pazzo: si vende una cravatta a uno che muore di sete? Il mercante alzò le spalle e continuò il suo cammino nel deserto. Alla sera, il viaggiatore assetato, che strisciava ormai sulla sabbia, alzò la testa  e rimase allibito: Era nel piazzale di un lussuoso ristorante, con il parcheggio pieno d’automobili! Una costruzione grandiosa, assolutamente solitaria, in pieno deserto. L’uomo si arrampicò a fatica fino alla porta e, sul punto di svenire, gemette: “Da bere, per pietà!”. “Desolato, signore… – rispose il compitissimo portiere – Qui non si può entrare senza cravatta…”.
Mi piace sottolineare il brano di Vangelo appena ascoltato con questa piccola storia…c’è una quotidianità che non va disprezzata, anche se sembra assurda o paradossale. Ma su questo avremo modo di soffermarci più avanti.

Il lezionario di questo periodo, inaugurato dopo Pentecoste, ci ha fatto percorrere la storia della salvezza e, dopo la festa del Martirio del Battista, ci sta facendo sostare sul Mistero di Gesù come l’enigma di tutta la storia dell’uomo, vero e proprio centro, cuore pulsante, stella polare attorno a cui ruota e acquista senso ogni parola d’amore di Dio per il suo popolo.
Ma questa Parola chiede di incarnarsi, di diventare il respiro dei nostri giorni. E allora lasciamoci mettere con le spalle al muro dall’unica domanda che conta: chi è Gesù per te? Forse solo un nome, forse un’idea, un’utopia, un richiamo morale…forse un Dio da piegare alle tue domande, comunque troppo lontano, troppo distante, troppo diverso. Domenica scorsa Gesù, di fronte alla domanda di Nicodemo che voleva comprendere qualcosa di più di lui, non ha dato risposte convenzionali - del resto non si è mai lasciato imbrigliare nell’aridità di uno stretto confine concettuale, anche se religioso - e ha capovolto i termini della questione: chi sei tu? cosa cerchi? cosa si muove nel tuo cuore? per comprendere chi sono io parti dal tuo bisogno di felicità, dalla tua voglia di novità, di scuoterti da quello che ti àncora ad una vita piatta e ripetitiva. E io sono la mano tesa che ti raccoglie dall’abisso della tua omologazione per condurti su sentieri di eternità. Sappiamo che Nicodemo questo salto di fede lo compirà. Gli interlocutori di Gesù nel brano di Vangelo di oggi invece rimangono zavorrati alla loro convinzione di conoscere ogni cosa di Dio e non lasciano nessuno spiraglio aperto alla sorpresa, alla novità, allo stravolgimento: riducono l’esistente, e anche il pensiero di Dio, alla loro ristrettezza mentale. Gesù non può essere dal cielo perché è nato fra noi, conosciamo i suoi passi, la polvere dei suoi piedi è la stessa che calpestiamo anche noi. Dio deve essere necessariamente altro, entrare a gamba tesa nella storia, in modo eclatante, rivoluzionario. L’umanità di Gesù diventa l’ostacolo per la loro fede.
In questo dialogo che si farà sempre più serrato Gesù invece chiede loro nuovamente di fidarsi, di lasciarsi rapire dallo Spirito, di lasciarsi condurre lontano, di iniziare a masticare quei bocconi di pane che sono la sua Parola e i suoi segni per comprendere di volta in volta qualcosa in più di lui. Perché lui è come Pane, anzi è Pane.
Lui è il Pane. Il Pane è il necessario che ti nutre. Lui ti è necessario se non vuoi smarrire la tua vita nella banalità.  
Il Pane è buono. Lui è l’amore che cerchi quando sei assettato di felicità, è la tua possibilità per uscire dal deserto della tua solitudine.
Il Pane è la sua carne per a vita del mondo. Non c’è altro da dire: lui è il volto di un Dio che si fa passione fino a dare la vita perché la tua vita sia rimessa in gioco nella libertà.
Chi è allora Gesù per te? Non fermarti alle apparenze. In un ritaglio dei tuoi giorni passerà e ti offrirà la sua mano. Molto spesso accade dietro alle parole di qualche fratello di fede oppure dietro al sorriso di un piccolo o alla domande dei poveri.  Non pensare che sia poca cosa o addirittura inutile come una cravatta in un deserto! Non voltargli le spalle. In gioco c’è una posta altissima: ospitare Dio nella tua casa. E, credimi, con lui un bagaglio di vita eterna, avrai guadagnato il mondo intero!

Come un inciso. Fra quei Giudei che non hanno compreso, di sicuro, c’è anche qualcuno che aveva compreso troppo bene. Qualcuno che forse aveva iniziato a sospettare che, alla lunga, l’amicizia con Gesù lo avrebbe condotto sul crinale di decidere di fare come lui, in sua memoria e dare la vita per amore degli altri. E si è tirato indietro per paura. Stai attento, perché quando hai fatto un miglio con Gesù, in amicizia con lui, senti nel cuore la spinta irrefrenabile di donarti a sua immagine. Stai attento perciò quando fra poco farai la comunione, la strada è in salita e ora lo sai bene!

domenica 9 settembre 2012

2 dopo il Martirio del Battista

Oggi, proprio in questo giorno che noi ci permettiamo di considerare solo un numero su una pagina di un diario, è il giorno della salvezza. Oggi puoi chiamare il tuo passato perdono perché Dio ti ama per quello che sei, anche per i tuoi peccati; oggi puoi chiamare il tuo futuro speranza perché il presente già profuma di eterno. Oggi, in questo giorno preparato per te fin dall’infinità del tempo, Dio ha scelto di farsi tuo compago di viaggio. Oggi Dio ha deciso di non volere fare a meno di te per portare a compimento il suo sogno di felicità per l’uomo. Questo oggi è dal momento in cui Dio ha deciso di rivelarsi in modo definitivo in Gesù. Ma oggi noi ci scopriamo anche libertà chiamata a scegliere di fronte alla mano tesa di Dio: ogni tuo giorno può essere il momento per ricominciare daccapo a tessere la tua storia con Dio oppure puoi volgergli le spalle e chiuderti nella pretesa di essere salvezza a te stesso e inseguire i tuoi imperativi morali.

Ecco la prospettiva teologica che ci viene proposta dalla Liturgia della Parola di questa domenica. Se dovessimo trovare un sottotitolo questo potrebbe essere: la salvezza e il rifiuto. Perché sia Isaia che il Vangelo in particolare ci raccontano, in termini differenti, lo stesso mistero di tenebre che soffocano la luce presenti nel cuore dell’uomo. È un filo rosso che, a ben pensarci, percorre tutta la Scrittura. Da una parte un Dio che predilige e sceglie come eredità un popolo e non si arrende perché ha deciso di impegnarsi per sempre nella Alleanza e, dall’altra, l’uomo che si chiude, si oppone, percorre un’altra strada, cammina su sentieri di autonomia che alla fine si risolvono sempre in disgregazione e ingiustizia verso il fratello. È così da Adamo in poi. Il Vangelo lo dice in modo parecchio drammatico: se uno si presentasse nel suo nome il Popolo lo accoglierebbe, ma proprio perché Gesù viene da Dio, proprio perché ascoltando lui e vedendo i suoi gesti puoi avvertire il brivido della presenza dell’eterno e dell’infinito, allora ti chiudi, te ne allontani, lo imprigioni in categorie del tutto umane per mettere a tacere la coscienza e non porti nemmeno una domanda sulla sua pretesa Verità di essere dal Padre.

Ma perché accade questo, perché la libertà dell’uomo si chiude di fronte alla rivelazione di Dio, perché, piuttosto che approdare in lui e mettere a tacere le ansie che abitano nel suo cuore da sempre, insieme  a milioni di domande irrisolte, l’uomo decide di alzare un muro? Credo che una sorta di risposta, pur complessa e dettata da mille altre sfumature dipendenti dalla vita di ciascuno, sia proprio da ricercare in quella paura che hai di perdere te stesso. Credo davvero che l’uomo abbia paura che Dio in qualche modo voglia privarlo di qualcosa, che la sua presenza lo costringa a violare la sua libertà, che gli chieda di scendere a un compromesso che svilisce la sua felicità. Questa è la paura di Adamo che apre gli occhi e crede che il comando di Dio lo privi di un qualcosa, la paura che si fa terrore poi quando avverte i suoi passi nel Giardino.

Provo a pensare anche alla nostra vita. Anche noi spesso siamo tentati di chiuderci a Dio, di non voler scrutare i segni dei tempi per non accorgerci del suo passaggio, oppure capita, a volte, di vedere bene quali sono le sue orme al suo passaggio nella nostra vita ma di voler andare in tutt’altra direzione. Quante scuse accampiamo per non pregare, per non ritagliarci un’isola di deserto e di silenzio nel frastuono della città perché sappiamo che saremmo messi con le spalle al muro e di fronte a lui ci scopriremmo creature sempre di corsa ma senza spesso sapere come, dove e perché. Quante volte anche noi preferiamo chiudere la Parola perché ci obbligherebbe a una reale conversione, troppo impegnativa. Quante volte anche le nostre Eucarestie sono vissute nell’intimismo perché se la corrente della carità di Cristo ci travolgesse ci scopriremmo poi obbligati a fare di noi un dono per gli altri, ci sentiremmo in dovere almeno di lavarci i piedi gli uni gli altri. Vorrei allora proporre due chiavi risolutive per il nostro discorso, come due ancore a cui aggrapparci se ci siamo accorti che anche nella nostra vita c’è il rischio di un naufragio perché ci siamo chiusi in noi stessi e stiamo perdendo di vista l’essenziale.    

Non abbiate paura, Cristo non toglie nulla ma dona tutto. Lo diceva Giovanni Paolo II nel giorno in cui ha iniziato il suo ministero. Parole che poi lui ha avuto il coraggio anche di declinare in scenari non solo religiosi m anche politici ed economici. E quando scopriremo che l’unico modo per riscattare la nostra vita dalla banalità è proprio arrendersi a Cristo avremo scoperto che la nostra gioia non è stata per nulla sminuita ma, anzi, si è moltiplicata all’infinito per noi e per la vita del mondo.

In Isaia abbiamo letto che Dio muove guerra al suo popolo. E proprio la crisi, la solitudine, la miseria, lo sgomento portano Israele a invocare Dio di rivelarsi ancora. Sembra strano ma davvero Dio ogni tanto ci fa guerra, o meglio, come farebbe un padre, per amore, ci lascia andare anche al costo di farci raschiare il fondo di noi stessi e farci provare il brivido della miseria. Nei momenti di crisi, di dolore, di fronte alla nostra povertà e al nostro limite, di fronte alla morte, sentiamo in noi una forza che ci spinge a guardare ancora una volta in alto. Non sentiamo vergogna perché, dall’altra parte, c’è il volto di un Padre e un abbraccio che ci riporta a casa.

domenica 19 agosto 2012

dodicesima dopo Pentecoste

Geremia, una figura emblematica per dire il ruolo del profeta: guarda oltre le apparenze e denuncia, nei tempi di un apparente benessere, lo scandalo dell’ingiustizia, dell’oblio della fede e quindi della carità, lo scandalo di scelte mirate solo all’interesse personale. Geremia pagherà duramente con il carcere e con la solitudine questa predicazione che lo rendeva forte con i forti. Cosa inedita al suo tempo, per dire il lutto in cui Israele sia autocondannava a vivere, non prenderà nemmeno moglie. La sua vita diventerà un segno profetico. Nel tempo della crisi, della distruzione e della sfiducia sa annunciare le cose nuove che il Signore sta per compiere in mezzo al suo popolo. Perché Dio è misericordia, rinnegare il suo popolo sarebbe, per lui, rinnegare se stesso. L’amore che lo porta alla gelosia, a tratti alla collera è lo stesso che lo porta a considerare il suo popolo come un bambino da educare. Geremia, pur non essendo costretto, parte con Israele esiliato verso Babilonia. L’annuncio che c’è un resto d’Israele da cui Dio ricostruirà la sua storia d’alleanza sarà il motivo di sottofondo costante alla sua predicazione del post-esilio.  Il profeta è uno che nell’inverno sa vedere il crepitio del germoglio che increspa il ramo secco.
A questo brano fa eco Paolo e la sua certezza che Dio non ha dimenticato Israele ma lo sta conducendo a salvezza per sentieri misteriosi. Un cammino che non è ancora terminato, nemmeno oggi.
E chiude la proposta della Parola il brano di Vangelo in cui Gesù manda missionari i suoi discepoli. È un esperimento di missione, una sorta di prova alla missione vera che li attenderà nel tempo dopo la risurrezione. Mi colpisce soprattutto, collegando questo brano alla Parola di Geremia, che anche i discepoli devono condividere questa sorta di vocazione profetica, devono camminare portando una Parola non loro, anzi, meglio sarebbe dire, devono lasciarsi condurre lontano da una Parola che li precede e che ha la forza di cambiare la loro vita e  quella di chi li ascolterà. È una pagina molto intensa, a tratti paradigmatica, assomiglia e vuole essere una regola di vita per chiunque decide di dare disponibilità per il Regno. E noi, pur avvertendone la carica utopica, pur domandandoci se è mai possibile vivere così, sentiamo sulla pelle la sua freschezza e tutto il fascino, quasi un’irradiazione che ci spinge a farla nostra. Ecco perché mi permetto di sottolinearne alcuni passaggi:

il Regno dei Cieli è vicino: non in termini di tempo ma di prossimità reale, ti è accanto. Gioisci, stupisciti. Parti da qui per un reale cammino di conversione
guarite i malati, risuscitate i morti…partire dagli ultimi
la povertà sinonimo di gratuità e annuncio che Dio solo basta
la pace da invocare e da ricevere: è bandito l’affanno
solo a Dio il giudizio
una predicazione così è ricca di segni e povera di parole, non è disincarnata ma profuma di vita, s’incarna nell’oggi di chi ascolta. Anzi diventa una vera e propria provocazione davanti a cui sei chiamato a scegliere in che modo porti.

A noi cosa dice oggi questa parola: la nostra vocazione è profetica. Il bisogno di uomini e di donne che, per fede, che rapiti dall’utopia di un mondo diverso, di un mondo che Dio ci prepara, sanno scendere in piazza e gridare, sanno essere schietti, pronti alla denuncia ma anche capaci di consolazione. Ma forse, ancora di più, sanno essere profezia nell’ordinario dei loro giorni con scelte autentiche.
Profeti che hanno sulle labbra la parola dei segni, proprio come i discepoli nel Vangelo ascoltato. Sogniamo una Chiesa meno parolaia, meno arroccata per paura, e più dinamica…una vita così è possibile:
Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa degli Apostoli, sentì recitare il brano del Vangelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la forma di vita evangelica, dicendo: "Non tenete né oro né argento né denaro nelle vostre cinture; non abbiate bisaccia da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone". Questo udì, comprese e affidò alla memoria l'amico della povertà apostolica e, subito, ricolmo di indicibile letizia, esclamò: «Questo è ciò che desidero questo è ciò che bramo con tutto il cuore!». Si toglie i calzari dai piedi; lascia il bastone; maledice bisaccia e denaro e, contento di una sola tonachetta, butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette ogni sua preoccupazione nello scoprire come realizzare a pieno le parole sentite e adattarsi in tutto alla regola della santità, dettata agli apostoli.
Dalla Leggenda maggiore di san Bonaventura.

mercoledì 15 agosto 2012

Assunzione di Maria al Cielo

1 Maria, madre e sorella
Siamo abituati a rappresentarla nelle nostre sculture come regina, con una corona sul capo. Oppure siamo abituati nell’iconografia orientale a vederla nella sua stasi fuori dalla realtà. Il concilio Vaticano II – di cui quest’anno ricorrono i 50 anni dall’apertura – invece la chiama madre e sorella che sei corsa avanti e ci hai preceduto. A lei non viene tolto nulla e noi la possiamo sentire più vicina, più amica. E il suo sentiero diventa praticabile e percorribile anche da noi anzi lei è pronta a prenderci per mano se non ce la facciamo a camminare in qualche passaggio difficile.
Il suo itinerario può essere il nostro: lei, la Vergine dell’ascolto, lei la madre del dolore, lei la Regina degli apostoli. Ogni nostra amicizia possibile con Dio nasce dall’ascolto della Parola e dal metterci nella sua mano sicuri che la sua volontà niente toglie alla nostra gioia ama anzi le dona uno slancio di eternità. poi viene il dolore, cieco, forte, le cui parole non possono esprimerlo come il suo ai piedi della croce. Ma non è l’atto ultimo ma solo il preludio di un finale di Gloria a cui si arriva per la croce ma senza il quale nessuna croce avrebbe senso perché sarebbe esasperazione del dolore e contrario alla logica di Dio.

2 il Mistero della Festa dell’Assunzione
di cosa ci parla la Festa dell’Assunzione. Il corpo di Maria, dopo la sua morte, è stato preservato dalla corruzione. Lei condivide già la condizione dei risorti con il suo Figlio in Paradiso. Non poteva, lei che è l’Immacolata concezione, lei che è la Vergine e Madre, attendere la risurrezione. La festa di oggi ci parla perciò del destino dell’umanità, della dignità dell’uomo e del suo corpo. Quanto accaduto a lei sarà anche per noi. Noi siamo destinati all’eternità, alla vita senza fine perché siamo unici e irripetibili e la nostra risurrezione sarà conferma e proiezione all’eterno delle nostre scelte nel presente. Quindi quando viviamo il nostro corpo con l’amore, abbracci, sorrisi, mani pronte e a rialzare chi è caduto, piedi agili che annunciano il Vangelo e sono là dove l’uomo soffre, tutto questo è segnato per l’eterno e già profuma di eternità, anzi è l’unico modo per riscattare dalla banalità i nostri giorni.

3 presagio di resurrezione: il Magnificat
Come credere nella risurrezione se non ne facciamo esperienza qui e ora? Siamo chiamati ad aprire gli occhi e a raccogliere nella nostra bisaccia i segni di vita eterna che in abbondanza ci circondano. Maria nel suo Magnificat ce ne dà una mappa.
Ha guardato all’umiltà della sua serva, d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata Quando senti in te l’amore personalissimo di Dio nei momenti di preghiera e di ascolto, amore gratuito anzi non contrapposto alla tua debolezza, piuttosto che colma le tue ferite, che ti è dato in gratuità anche quando meno te lo meriti ti accorgi che la sua mano non può abbandonarti mai, e nemmeno nel passaggio della tua morte quando sarai davvero solo.
Ha rovesciato i potenti dai troni ha innalzato gli umili quando ti accorgi che aldilà di ogni sfruttamento, di ogni perversione che schiaccia i piccoli sono proprio loro a dare linfa alla storia, a incidere nei solchi dell’esistenza dei fratelli, loro con tutto il potenziale d’amore, e non i potenti, ogni volta che metti mano alla storia per riscattare chi è piccolo, affamato, disprezzato e  povero allora stai anticipando il regno.

Madre e sorella, Regina degli apostoli, tu che conosci il valore di ogni singolo atto d’amore corrici incontro e fa’ che apriamo gli occhi ai segni di Paradiso che già ci circondano e, per quello che spetta a noi, dcci di mettere mano a questo mondo perché venga il regno, gli assomigli un po’ di più di come lo abbiamo trovato noi.

domenica 12 agosto 2012

undicesima dopo Pentecoste

1 Nella terra dove aveva preso dimora stabile, in quella terra concessa al patto di non dimenticare che tutto era stato dono di Dio, Israele si era lasciato sedurre dagli idoli, aveva dimenticato il sentiero antico per batterne uno nuovo, si era lasciato rapire dalla demagogia dei potenti che, allora come oggi, sanno mistificare la realtà e creare consenso spegnendo la coscienza. Elia è uno dei pochi rimasti fedeli al Signore, non aveva avuto paura di sfidare a viso aperto l’arroganza di Gezabele e di Acab e sul Carmelo, in questa gara che, se non fosse per la finale tragica dello sgozzamento di tutti quei falsi profeti, potrebbe assomigliare ad un grande gioco, si consuma la sfida fra verità e menzogna e il popolo riceve un segno, un altro segno della forza e della presenza dell’unico Dio. Il Segno...chiederlo è nella stessa logica che ti porta a invocare un idolo: lo puoi stringere fra le mani, ti assomiglia, puoi immaginare che sia al servizio di ogni tuo bisogno, di ogni capriccio, svendendo però la tua libertà. Così il segno. Deve esserci per farci compiere quel salto di affidamento, deve spingermi fra le braccia di Dio, deve farmi superare il sospetto di non essere abbandonato ma che di Dio posso fidarmi. E se questi segni non ci sono smetto di fidarmi, inizio a pensare che questo Dio sia cattivo o che abbia chiuso la sua partita con me. Si capisce bene che la pagina di oggi parla proprio anche di noi, racconta anche la nostra logica, fotografa bene la nostra mentalità.

2 Dio concede dei segni lungo la storia della salvezza. La Scrittura ne è costellata: il mare che si apre, le rocce che danno acqua, sterili che diventano madri. Dio sa che ne abbiamo bisogno e, aldilà di tutto, lui rimane fedele alla nostra storia più di quanto noi possiamo rimanere fedeli a lui. Anche noi, nella nostra personalissima storia personale, possiamo aver ricevuto qualche segno che ha accontentato la nostra sete di eterno. Ma alla fine di tutto, nella pienezza della sua rivelazione, Dio ci dona il Segno del suo Figlio e della croce in particolare. Non ce lo aspettavamo, non è nell’ordine delle cose che avremmo chiesto. È un segno muto, da interpretare, è uno stare a braccia spalancate e con le mani aperte e lo puoi leggere come la più grande sconfitta, il grande scandalo, il grande tradimento della nostra idea di Dio oppure come la più alta dichiarazione della verità di Dio, di un amore che non trattiene nulla e si dona, che non pretende nulla e offre perdono e una nuova alleanza. Anzi, la debolezza è la sua forza, la sconfitta è la sua vittoria, lo scandalo e il paradosso sono il suo linguaggio. Penso sia proprio questo il segreto della pagina del Vangelo di quest’oggi: ci saremmo aspettati nella parabola che il figlio del re mettesse mano alla spada, che pretendesse con la forza l’obbedienza dei suoi e invece si lascia mettere le mani addosso e si lascia uccidere perché quel re crede fino alla fine nella bontà dei suoi e scommette sulla loro libertà.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.
(Dietrich Bonhoeffer Resistenza e Resa – Lettere e scritti dal carcere)  
Anche Elia ha dovuto fare i conti con questo segno di debolezza. Non leggeremo il seguito del racconto, vi invito a farlo personalmente. Dopo l’uccisione dei falsi profeti, Elia dovrà fuggire nel deserto per non essere catturato dalla regina Gezabele. In una grotta Dio gli appare ma non più nella forza del fuoco, nemmeno nella potenza del terremoto o nella furia del Vento. Gli parlerà con il mormorio di una brezza leggera. Qui nel fuoco Dio non parla. Lì sentirà chiara la sua voce nella debolezza. E anche lui, sceso da quel monte, dovrà annunciare la Parola del suo Signore smettendo per sempre il linguaggio della violenza e della forza.

3 Vorrei allora chiudere il discorso pensando che anche noi siamo chiamati a diventare segno della presenza di Dio, come singoli e come comunità. Ma se è vero quanto ci siamo detti fin ora non possiamo esserlo nella supponenza del linguaggio, nel restauro di antichi segni di potere, nell’arroganza di una dialettica che pretende di fare cultura e invece tende solo ad annichilire la posizione di chi ti sta di fronte. Siamo segno quando viviamo la condizione della debolezza, la paradossalità della croce, quando sappiamo amare l’altro al costo di perderci e di dimenticarci, quando ci sentiamo piccoli e deboli. È il segreto dei martiri, è il segreto di tanti semplici che ci parlano di Dio e penso ora ai malati che sanno dare luce a chi va a visitarli, a chi non conta nulla e non ha nulla eppure è ricco della gioia del Regno, penso a quelle comunità, piccolo gregge nella massa anonima delle città, dove si è capaci di vivere in un’apertura intelligente e dove si prega bene e ci si perdona tanto.

sabato 4 agosto 2012

decima domenica dopo Pentecoste

Al re Davide non era stato permesso di costruire un Tempio. Dio avrebbe costruito per lui una casa, nella doppia accezione che questo termine ha nella lingua ebraica (“bet”: casa e anche discendenza), promessa che, come tutte quelle di Dio, puntualmente si avvera in Salomone. Dio aveva deciso di vivere nomade sotto una Tenda chissà, forse per richiamare gli anni del deserto, anni di lotta, fatica, infedeltà ma indubbiamente anni per la stagione di un amore che si faceva passo a passo sempre nuovo; chissà, forse perché Dio ama la povertà e non solo a parole come spesso noi facciamo e a lui non piace stare imprigionato anche se nello sfarzo di belle pietre e di ricchissimi ornamenti oppure, chissà, forse perché voleva essere davvero in mezzo ai suoi e non davanti e neppure in fondo alla carovana di un Israele che aveva preso possesso di quella terra. Eppure oggi sentiamo di questo Tempio, anzi, siamo proiettati con la fantasia a contemplarlo nel giorno della sua inaugurazione. Noi, a distanza di tanti anni, sappiamo bene che si tratta di un’opera provvisoria e che Dio avrebbe concesso solo di tanto in tanto di dimorarci preferendo nascondersi da Israele e rivelarsi nella parola forte dei profeti o ancora in mezzo al resto di poveri scampati lungo la storia a miriadi di persecuzioni.

La liturgia della Parola non tradisce questa logica di Dio e alla pagina della prima lettura associa altre due pagine che, se da una parte riducono il ruolo del tempio di pietra, dall’altra aprono orizzonti davvero emblematici per la nostra riflessione, parole che dobbiamo centellinare e porre nella nostra bisaccia di poveri pellegrini nel deserto della vita. Mi limito a sottolinearne due.

Il primo orizzonte: Dio ha deciso di considerare suo Tempio l’uomo sua creatura. C’è una bellissima pagina di don Tonino Bello che meglio di altre parole descrive questo pensiero. A Molfetta, dove lui era vescovo, fu nominata basilica minore la chiesa della Madonna dei Martiri. La sera precedente, durante una vegli presieduta da un cardinale di Roma, un giovane chiese perché basilica minore e non semplicemente basilica. Non trovò risposta migliore che questa:
Mi avvicinai alla parete del tempio e battendovi contro, con la mano, dissi: «Vedi, basilica minore è quella fatta di pietre, basilica maggiore è quella fatta di carne. L'uomo, insomma. Basilica maggiore sono io, sei tu! Basilica maggiore è questo bambino, è quella vecchietta, è il signor cardinale. Casa del re!». Il cardinale annuiva benevolmente col capo, Forse mi assolveva per quel. guizzo di genio. La veglia finì che era passata la mezzanotte. Fui l'ultimo a lasciare il santuario. Me ne tornavo a piedi verso casa, quando una macchina mi raggiunse e alcuni giovani mi offrirono un passaggio….Ma ecco che, giunti davanti al portone dell'episcopio, si presentò allo sguardo una scena imprevista. Disteso a terra a dormire, infracidito dalla pioggia e con una bottiglia vuota tra le mani, c'era lui: Giuseppe (un senza fissa dimora a cui don Tonino spesso apriva le porte di casa)…Ci fermammo muti a contemplare con tristezza, finché la ragazza che era in macchina dietro di me mormorò, quasi sottovoce: «Vescovo, basilica maggiore o basilica minore?». «Basilica maggiore» risposi. E lo portammo di peso a dormire. All'alba, volli andare a vedere se si fosse svegliato…Giuseppe riposava, sereno...Mi venne spontaneo rivolgermi al Signore a ripetere coi salmo: Lo hai fatto poco meno degli angeli. Mi attardai per vedere se avesse le ali. Forse le aveva nascoste sotto il guanciale.
C’è una dignità che nessuno può toglierci, niente può cancellare, né il giudizio degli altri e nemmeno il guaio più grosso in cui possiamo esserci cacciati noi con le nostre mani, né la solitudine da cui spesso ci sentiamo avvolti e neppure la povertà o la sofferenza. Al massimo possiamo illuderci di averla persa, l’abbiamo persa di vista, iniziamo a credere a quelle voci in noi, contro di noi, che non valiamo più nulla ma non è vero! Perché sei uomo tu sei figlio, perché tu hai mente e cuore, fantasia e libertà tu sei prezioso. E questo è l’invito a una vera e propria rivoluzione perché possiamo riscattarci e riemergere dalle nostre ferite, è una lotta perché in nessun angolo della nostra città e del nostro quartiere più nessuno sia calpestato nella sua dignità togliendogli casa, accoglienza, lavoro. Se è vero che l’uomo vale più degli angeli, che noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, allora ogni insulto all’uomo, ogni azione che calpesta la sua bellezza è una bestemmia gravissima!

Il secondo orizzonte. Nel Vangelo leggiamo un gesto di Gesù accompagnato da parole durissime tutt’altro che improvvise e dettate dalla collera di un istante. Gesù a Gerusalemme, pochi giorni prima della sua passione, compie un’azione simbolica, sceglie di porre un segno profetico convinto del potere che ogni segno può avere contro i segni del potere che tentano di ingabbiare anche Dio e di calpestare la verità. Il tempio non è più casa di preghiera ma covo di ladri, luogo dove non solo si compra e si vende, dove lo spirito del denaro, del potere e dell’apparire hanno preso piede e con la loro forza subdola si mettono in aperto contrasto con Dio. è diventato luogo di ipocrisia. La preghiera era diventata pretesto per coprire l’ingiustizia consumata a spese del povero fuori dalle mura del tempio, si pensava che bastasse offrire un sacrificio per lavarsi le mani e la coscienza. Gesù invece lega alla dimensione spirituale quella della Giustizia che è essenzialmente amore e scelta preferenziale per i poveri e i piccoli. Ecco perché li chiama a sé e proprio nel tempio li guarisce e lascia che alzino la voce. Credo che questo ci metta con le spalle al muro come singoli e come Chiesa. Ci obbliga cioè a rivedere la mappa della nostra vita spirituale: se la fede non diventa carità stiamo sbagliando strada, siamo vittime di uno spiritualismo cieco. Se dopo anni che veniamo a messa non siamo migliorati nemmeno di un poco nelle nostre relazioni, nell’attenzione all’altro, ai piccoli che bussano alle nostre porte forse stiamo pregando un dio diverso dal Padre di Gesù. E infine, come Chiesa, se i giochi di potere, il peso della ricchezza, lo scandalo delle amicizie con i forti e i tradimenti verso la classe degli ultimi sono diventati una regola che dà scandalo e fa alzare a troppe persone la voce come una denuncia  forse abbiamo bisogno di una nuova stagione di conversione e per chiedere perdono, di una nuova primavera in cui battere con decisione il cammino evangelico della povertà che significa imitazione del Maestro.